Subject: [Centrofondi] Siamo al 51,57%!!!!
di Claudio Siciliotti*
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19 maggio 2010
La pressione fiscale in Italia, sul Pil depurato della componente di
economia sommersa, è arrivata nel 2009 al 51,57 per cento. Una autentica
follia, ma una follia dalla quale non possiamo uscire con facili
scorciatoie, a meno di voler fare la fine della Grecia.
Bisogna dirlo con chiarezza: ridurre la pressione fiscale non può essere il
punto di partenza della stagione di riforme di cui il Paese ha bisogno,
bensì il punto di arrivo.
Così come bisogna avere il coraggio di riconoscere che il motivo per cui il
debito pubblico continua a crescere, non va ricercato solo e soltanto negli
evidenti errori del passato della prima repubblica: anche dopo il 1993 ci
abbiamo messo del nostro.
Infatti, se noi continuiamo ad accumulare debito pubblico non è solo per
colpa degli interessi passivi sul debito che i cittadini e la classe
politica di oggi hanno ereditato.
Anzi, grazie alla stabilità garantita dall'entrata nell'euro, almeno sino ad
oggi, il nostro Paese ha risparmiato dal 1997 circa 30 miliardi di interessi
passivi all'anno.
Il motivo per cui continuiamo ad accumulare debito è che abbiamo più che
compensato questo risparmio con aumenti di altre componenti di spesa che non
trovano giustificazione né nel livello di servizi o protezione sociale
offerti, né nelle dinamiche dei tassi di inflazione o in quelle
demografiche.
La spesa pro capite sanitaria è cresciuta in termini reali dal 1993 al 2008
in misura pari al 51,75 per cento. Quella per protezione sociale del 48,47
per cento.
Persino quella per l'istruzione, da tutti considerata come la spesa oggetto
dei più feroci tagli, è cresciuta in termini reali pro capite, seppure nella
modesta misura del 2,01%, a dimostrazione che, anche negli anni della
seconda repubblica, sono esistite due sole modalità di gestione delle
dinamiche della spesa: il trotto e il galoppo. In termini reali, il 20,93%
del debito pubblico che avevamo alla fine del 2008 è imputabile al periodo
1993 - 2008.
Stando così le cose, il famoso adagio «pagare tutti, per pagare meno» è
illusorio; al massimo si potrà aspirare a un più mesto «pagare tutti, per
pagare tutto», o più mestamente quasi tutto, perché al cittadino sembrano
davvero non bastare mai le entrate di cui lo Stato dispone.
Dopodiché è chiaro che, assieme a un contenimento sul fronte della spesa
pubblica, l'altra direttrice su cui si deve agire è comunque quella della
lotta all'evasione fiscale.
Una lotta che negli anni è divenuta più efficace, ma che non impedisce
all'Italia di essere ancora oggi al secondo posto, dietro alla sola Grecia,
nella tutt'altro che prestigiosa classifica dei Paesi occidentali con
maggiore economia sommersa in percentuale sul Pil.
Se nel periodo compreso tra il 2001 al 2008 avessimo contenuto la crescita
annuale della spesa pubblica entro il tasso di inflazione aumentato di un
punto percentuale e, parallelamente, avessimo contenuto l'economia sommersa
entro un ragionevole 12% sul Pil (anziché il 16% medio di quegli anni),
saremmo entrati nel drammatico anno 2009 con 590 miliardi di euro di debito
pubblico in meno, con un avanzo di bilancio pari a 87 miliardi di euro
(anziché un disavanzo di 42) e con un rapporto debito/Pil del 71,75%
(anziché del 106,10%).
Un piccolo esercizio di simulazione la cui finalità è quella di sottolineare
come, in tempi di normalità economica, qualche sacrificio sul fronte della
spesa, unito ad altrettanta determinazione ed efficienza sul fronte
dell'evasione fiscale, non sarebbe un inutile esercizio di masochismo
sociale e politico: basterebbero anzi un paio di legislature per raccogliere
risultati eccezionali.
Le due cose devono però viaggiare su binari paralleli, per spezzare il
perverso patto sociale tacito in funzione del quale un certo lassismo sul
fronte del pubblico impiego ha trovato la sua giustificazione in un certo
lassismo sul fronte del recupero dell'evasione fiscale degli autonomi e
viceversa.
Ove si avanzasse con velocità differenziate su questi due binari, si
otterrebbe solo una esasperazione dei conflitti sociali, mantenendolo
nell'immobilismo.
Nella Conferenza dei delegati che si tiene oggi a Roma, i dottori
commercialisti e gli esperti contabili illustreranno al Paese le ragioni di
questo convincimento e le loro proposte, per poi sviluppare queste idee ed
offrire anche progetti legislativi "chiavi in mano" in occasione del
Congresso nazionale di Napoli previsto per il prossimo mese di ottobre.
* Presidente del Consiglio nazionale
dei dottori commercialisti
e degli esperti contabili
19 maggio 2010
alla quale viene aggiunto
Concordo Riccardo, addirittura ricordo uno studio di qualche anno fa che
faceva il conto proprio di tutte le imposte dirette/indirette/accise ecc. e
la % della pressione fiscale reale si aggirava tra il 60 e il 70%, adesso
forse anche di più…..
Con tale pressione fiscale hai voglia di tagliare costi per essere
competitivo….!
Pierluigi
e con tutto questo niente viene fatto per chiudere i Paradisi Fiscali!!
è veramente una presa di culo incredibile alla luce del sole!!
ma quando diremo BASTAAAAA!!!
UN ABBRACCIONE DA SIENA
MARCOLINO